La tenda rossa #1 – Perfezionismo: quando voler fare bene ti blocca

Da oggi è online il primo episodio del Podacast “La Tenda Rossa”.

Puoi ascoltarlo gratis su Spotify e sulle principali piattaforme di streaming.

 

Qui di seguito, ti lascio lo script dell’episodio, nel caso in cui preferissi leggere un testo invece di ascoltarlo.

 

Oggi parliamo di perfezionismo e faccio il primo atto coraggioso da perfezionista pentita: ammetto che non ho idea di quanto durerà questo episodio!

Nella mia mente, gli episodi della tenda rossa dovrebbero stare in circa una ventina di minuti quando sono sola e intorno ai 45 quando c’è un’ospite.

Però questa è un’avventura del tutto nuova e non ho idea di come andranno le cose, ma se perfino uno con l’esperienza di Francesco Costa, con tutti i suoi premi per Morning, può permettersi di aprire i suoi episodi ammettendo di non avere idea di quanto dureranno, chi sono io per non fare altrettanto?

Intanto facciamo una premessa, prima che scoppi un finimondo: molto spesso mi sentirai parlare in questo podcast di problemi diffusi nel mondo femminile.

Ora, parliamoci chiaro: non ho nessuna intenzione di affermare che problemi analoghi non esistano anche per i maschi. Non voglio dire che se un maschio si sente coinvolto da emozioni simili a quelle che descrivo, allora quello che dico è sbagliato e confutabile. Nè ovviamente voglio sostenere che la mia narrazione sia unica e univoca per ciascuna donna.

Vorrei parlare più che altro di fenomeni sociali; poi le risposte biografiche di ciascuno possono avere infinite sfumature che sarebbe difficile racchiudere tutte qui. Ogni tanto sarà più facile entrare più a fondo, magari con le ospiti, raccontando la loro specifica storia, ogni tanto sarà un discorso più generale.

In ogni caso cercherò sempre di metterti delle note bibliografiche e di specificare molto bene quando qualcosa di cui sto parlando è una mia opinione, o quando è una teoria di qualcun altro. 

Non aprirò oggi, né mai, una lotta “maschi contro femmine”.

Anche perché io credo nel femminismo che potenzia e che unisce uomini e donne, non in quello che divide e lotta ciecamente.

Va beh, qui mi immagino il pezzo della canzone di Venditti che dice “Giulia lotta insieme”, anche se i nostri potenti mezzi non credo ci permetteranno di inserirla…

Quello che voglio dire è che, che ci piaccia o no, viviamo tutti quanti (uomini e donne) immersi in una cultura profondamente e radicalmente patriarcale.

Questo non gioca a vantaggio di nessuno, maschi e femmine, anche quando parliamo di perfezionismo. La differenza principale sta nel modo in cui il perfezionismo ci viene insegnato, ma il risultato è comunque lo stesso: ansia da prestazione, competizione e insicurezze.

Per quanto riguarda me, devo fare una confessione: sono una perfezionista pentita ma che ricade spesso nel vizietto.

Sono cresciuta, come tante, con il mito della brava bambina, credendo che il mio valore si potesse esplicare solo attraverso la bravura in quello che facevo.

Gli anni dell’università per me non sono stati affatto facili perché vivevo nel terrore che qualche esame potesse mostrare a tutti che in realtà io non valevo niente.

Andavo nel panico per un voto sotto al 28 (inutile dirlo ma nel periodo di maggiore stress sono stata abbonata al 27, che mi mandava fuori di testa, come se quel numeretto fosse il peso del mio reale valore come essere umano).

Oggi ho fatto pace con molte di quelle fragilità, ma questo non toglie che dietro l’angolo ci siano sempre quelle vocine che mi rallentano o addirittura bloccano. 

Abbiamo visto che le radici del perfezionismo (specie femminile) stanno nel fatto che le bambine vengono socializzate ad essere brave. Più sei brava, più il tuo valore sarà alto.

I maschi sono cresciuti a giocare nel fango, le femmine ad avere sempre con sé i fazzoletti da porgere agli amichetti che si sono sporcati, per prevenire ogni possibilità di errore proprio e altrui. 

Questo tipo di educazione, però, si porta dietro un enorme peso culturale e individuale: la paura di sbagliare e la necessità di mostrarci sempre perfette agli occhi degli altri.

Tutti e tutte siamo immersi nella società della performance (che termine abusato, tra l’altro), che ci vuole tutti sempre sul pezzo e iper performanti a cui si aggiunge il carico da novanta del perfezionismo tipicamente femminile.

Se ci pensi, una donna è chiamata ad eccellere in moltissimi settori della sua vita, non per niente la retorica dominante è quella della super-donna (per non parlare della super-mamma) che fa benissimo tutto, a volte anche contemporaneamente (la famosa diceria per cui una donna sarebbe multitasking e un uomo no…).

Beh, ecco… è una bufala. Ma ci torneremo su in modo approfondito in un altro momento.

Devi essere multitasking (ma senza accusare o manifestare stanchezza), colta (ma non saccente), bella (ma non troppo sensuale, tranne quando devi appagare il tuo uomo, del cui piacere sei responsabile), ordinata (ma non pignola e noiosa), aggraziata (ma grintosa all’occorrenza), saper parlare (ma non troppo), essere di compagnia (ma non egocentrica,  e potrei continuare per ore.

Il gioco di equilibrismi è infinito e sfinente.

Il punto è quello di tenerci buone, metterci un po’ in competizione (dai, quante volte l’hai sentita: “Le donne sono le peggiori nemiche delle donne?” Ecco, anche no!), e tenerci occupate perché non abbiamo più energie per reagire a questo loop.

 Vabbè, alla fine mi è salito il femminismo duro, avrò già perso i miei 27 ascoltatori…

Torniamo al perfezionismo, prima che vi perda tutti per strada!  

Oggi vorrei parlare del perfezionismo che ci blocca, quelle vocine che ci sussurrano nell’orecchio: “Chi sei tu per fare questo? Chi ti ha dato il titolo per parlare di questo argomento?” “Non gliene frega a nessuno di questo argomento.” “Sono cose che sanno già tutti: sei banale.”

Ma anche quelle che ci fanno credere che sia sempre necessario un nuovo corso, un nuovo libro, una nuova consulenza prima di iniziare a fare qualsiasi cosa.

 E così restiamo bloccate, sopportiamo sforzi immensi, le nostre giornate ci sembrano infinite, ma poi alla fine di tutto ci sembra di essere sempre alla base di quella montagna immensa da scalare.

Mi piacerebbe provare a destrutturare un po’ questi pensieri.

Vorrei farlo raccontandoti la storia della nascita di questo podcast e di quanto essere qui abbia rappresentato un passo oltre il mio perfezionismo, e di conseguenza anche un atto di coraggio.

Quando ho iniziato a pensare di pubblicare un podcast che parlasse di donne era il 2019.

Lo avevo pensato perché se c’è qualcosa che davvero mi riesce bene è parlare, parlare, parlare… Ho sempre un sacco di cose da dire. Le mie amiche e mia sorella tirano un sospiro di sollievo perché finalmente parlo in un microfono e le lascio respirare un attimo! Ho anche una bella rete sociale da poter attivare per fare delle interviste. Quindi mi dicevo, dovrei proprio farlo…ma poi, alla fine c’era sempre un motivo per non farlo davvero.

Ecco, sono passati quanti anni da quel momento? Tre? Quattro anni?

Sicuramente la pandemia e la maternità hanno contribuito a rallentare l’uscita di questo contenuto, ma non è solo quello…

Tra l’altro, nel mio procrastinare all’infinito, mi sono bruciata un sacco di opportunità. Tanto per iniziare, quella di uscire con un podcast in un mercato che all’epoca stava nascendo, mentre oggi è già piuttosto saturo.

Andiamo per ordine: ho iniziato ovviamente con la mia amata progettazione.

Io amo progettare: mettere ordine e pianificare sono cose che mi mettono pace, ne parlo spesso anche nei miei canali social. Per anni mi sono definita marketing strategist e ancora oggi la progettazione strategica è una delle fasi lavorative che preferisco.

Sapere quello che devo fare, scriverlo e svuotare la testa è una meraviglia… ecco, un po’ meno meraviglioso è quando il loop della progettazione diventa eterno e non porta a niente.

Il detto “done is better than perfect” ormai lo si legge ovunque, ma comunque scendere a patti con questa realtà e farlo davvero non è sempre così semplice.

Come ho fatto io?

Parto, intanto, dal decostruire i miei pensieri limitanti. Per prima cosa li ho scritti e poi li ho letti a voce alta.

Nel caso del podcast, erano suddivisibili in tre categorie:

  1. tecnici: non sono brava con gli strumenti tecnici, sarà una faticaccia immensa. Non voglio editare gli audio: voglio fare un “buona la prima”, ma poi ho paura che l’effetto sia poco professionale.
  2. il posto giusto: a casa mia non c’è una stanza piccola e “piena” dove registrare senza interferenze. Poi suonano sempre il citofono, poi i miei vicini di sopra fanno casino, poi d’estate si sentono i bambini dell’asilo qui sotto, e se poi Fede sta a casa e non riesco a registrare?
  3. l’investimento: devo comprare attrezzatura, fare una copertina, scaricare dei programmi per l’editing (ma che poi saranno compatibili con il mio chromebook??), mi servirà investire un sacco di tempo e denaro per una cosa che sicuramente per un bel po’ non mi porterà un ritorno economico e potrebbe non portarmelo mai

Ecco, allora, come prima cosa respiro un attimo perché già queste tre categorie di pensieri limitanti sono tanta roba…

Poi li ringrazio per avermi mostrato le mie resistenze e li saluto lasciandoli andare per sostituirli con pensieri potenzianti.

  1. Si deve pur partire da qualche parte! Nessuno sapeva fare le cose alla perfezione il giorno in cui ha iniziato a farle. E soprattutto non c’è niente di male a chiedere aiuto, cosa che in effetti ho fatto ed è stato determinante!
    E poi penso ad una cosa: mi visualizzo nel futuro e immagino quando guarderò con tenerezza a tutti i progressi che avrò fatto dalla puntata 0 a quella a cui sarò arrivata tra 1-2 anni e mi dico: “Stai facendo una cosa difficile, ma la stai facendo! Brava!” . E se dovessero uscire 5 puntate e basta? Sarò sempre stata una che ha pubblicato 5 puntate di un podcast e non una che ha rinunciato in partenza… Fare, mette sempre in gioco la possibilità di sbagliare, ma ci permette anche di aprirci alla possibilità di imparare cose nuove.

    A volte devo accettare che le situazioni non sono ottimali, ma posso comunque fare del mio meglio con gli strumenti che ho. Si sentiranno un po’ di rumori in sottofondo? Posso aggiungere una musichetta. Ho paura di non essere costante? Posso scegliere una cadenza lunga e al massimo uscire con degli extra se mi capita di riuscire ad aggiungere qualcosa. “va bene così: ti stai impegnando al massimo! Pian piano imparerai nuovi espedienti per fare le cose al meglio”. 
  2. Inizia dal modulo minimo, non hai bisogno di tutta l’attrezzatura del mondo per iniziare: cos’è davvero essenziale? Compra un microfono medio-gamma e inizia a vedere come va. Fai delle prove, vedi se al tuo pubblico interessa, al massimo fallisci e cosa sarà cambiato? Sarai tornata nella stessa situazione di equilibrio iniziale, ma con un bel pacchetto di esperienza…

Il perfezionismo è il un caro compagno sicuramente della paura di sbagliare, ma anche della procrastinazione.

Oggi abbiamo visto alcuni espedienti per zittire le vocine interiori che ci bloccano, nel prossimo episodio esploreremo strumenti pratici di organizzazione e ci confronteremo con una professionista affermata che condividerà con noi le procedure che la aiutano ad organizzare il lavoro per non procrastinare e sentirsi più leggera e soddisfatta.

 Ma prima di chiudere l’episodio, voglio raccontarti di quanto sia orgogliosa di averlo fatto.

Sono qui, davanti al mio microfono e ho registrato la prima vera puntata.

Non so come andrà avanti, non so dove arriverò.

Ma oggi voglio celebrare questo traguardo e ti ricordo di celebrarti anche tu ogni giorno per i tuoi traguardi, piccoli o grandi che siano.

Non importa se “ce l’hai fatta” o “se sei nel processo” ogni passo ti porta un po’ più avanti nel tuo viaggio e va celebrato (anche quando va male, perché comunque stavi facendo del tuo meglio).

Per oggi è tutto, ci sentiamo a fine gennaio. 

 

Bibliografia

 

  1. Gancitano, A. Colamedici, Liberati dalla brava bambina, Tlon
  2. Blasi, Manuale per ragazze rivoluzionarie, Rizzoli
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